Una coppia di ragazzi litiga all’angolo della strada, al freddo. Io, in piedi, in un posto che non frequento da un po’, li guardo, immerso nei miei pensieri. Attorno a me il fumo di sigarette nervose. Io non fumo più, sto solo lì. Mi piaceva fumare fuori dai luoghi pubblici, mi piace stare da solo, in silenzio, in mezzo alla folla.
Guardare la gente.
Una cosa che adoro, soprattutto quando ho mille piccole formiche che corrono, in cerca di fiocchi di zucchero filato, nel mio cervello. So che non troveranno pace, ma sentirmi solo in mezzo a tutta quella gente mi fa star bene, anche se non so perché, quando ho “i pensieri”.
Il ragazzo brandisce una banana come fosse una pistola e sembra aver l’aria colpevole: nonostante l’arma, si sta scusando.
I miei pensieri, figli di un triste pomeriggio, iniziano ad assomigliare a un pessimismo cronico, ne prendo coscienza. Avrei voglia di cambiare tutto, dall’inizio alla fine.
La ragazza è inviperita. Lui deve averla combinata grossa. Sono vestiti in maniera giovanile, l’unica cosa che riesco a distinguere dalla mia posizione è la loro sagoma scura, ma lo percepisco. E non invidio quel ragazzo,
“Dai, vero, sto meglio di altri, hai ragione, c’è gente che sta peggio, dai, sto sempre a lamentarmi e ho tanto, avessero altri quello che ho io, caspita, sono un ingordo, un ingrato, dovrei essere felice e invece sto qui a lamentarmi…”.
Mi son sempre chiesto perché una persona più fortunata di altre non possa non essere felice. E’ come se ci si dovesse sempre accontentare di qualcosa. Non è che se hai qualcosa in più di altri devi necessariamente esserne felice e fartene una ragione, credo. Insomma, se uno non ha nulla da mangiare e un altro ha della cacca non necessariamente quello che si sfama deve essere felice.
La ragazza si lancia addosso al ragazzo e lo bacia. Lui rimane lì, con le mani lungo il corpo, sorpreso. Piacevolmente sorpreso.
Io inizio a camminare pensando che, se voglio cambiare qualcosa, devo fare come lei.
Buttarmi.
gennaio 12th, 2012 | Posted in Diario, In punta di dita | No Comments
Mi guarda sempre con quegli occhi neri, talmente grandi che potrei caderci dentro. Maria è una di quelle persone che, in una birreria stracolma di gente, non attira l’attenzione di tutti ma non passa inosservata.
Ha dei lunghi capelli neri che le arrivavano a toccar appena le spalle, lisci come appena piastrati, e due occhi enormi. Sparisce un po’ su una panca di legno ed é talmente minuta che, da dietro un boccale da un litro di birra ne riesci a vedere solo gli occhi.
Mi piace, Maria, mi piace tanto. Non ci capiterei mai a letto sia chiaro, ma ha quel qualcosa che mi attira. Forse il suo essere così minuta affascina i miei abbracci, forse la sua pelle chiara ammalia i miei baci, tanto che non riesco a non baciarle le guancie quando sono a portata. O forse le voglio solo bene.
Ed è per questo che sto male quando mi racconta di lei, di quanto stia male, di quanto scarsamente si sente considerata.
Di come non l’amano.
Non mi va giù il fatto che una donna come lei soffra per poco amore, non lo merita. A dirla tutta, nessuno meriterebbe di soffrire di poco amore. Penso sia la peggior condanna che un essere possa soffrire.
Perché di senza amore si può vivere ma di poco amore no, è estenuante, come la tortura cinese della goccia in testa.
Meglio senza.
gennaio 11th, 2012 | Posted in Diario, In punta di dita | No Comments
Ci sono donne che sui tacchi assumono l’andatura dei cammelli al trotto. Altre che hanno la leggiadria di un elefante che cammina sulle uova.
Lei, invece, camminava lentamente, con un passo regolare, nonostante la calca del centro commerciale e il carrello che stava spingendo, e lo stava eccitando.
O, meglio, lui si stava eccitando. Anzi, era eccitato.
Era stato come un colpo di pistola nella notte, quando il trambusto della vita sta dormendo e neanche la luce sta lì a far rumore.
Stava lottando con la sciarpa, cercando di sciogliere un cappio attorno al collo con la mano destra mentre con la sinistra spingeva il suo, di carrello, lottando anche contro lui, con ruote che cercavano la loro indipendenza, come sedicenti quindicenni.
Si era infilato tra due carrelli sbucando nella corsia dei detersivi e l’aveva vista. Non era stato un montare improvviso, uno scorgerla per poi seguirla con lo sguardo o una sorpresa invadente.
Era come se gli avessero inserito una biglia di ferro negli occhi e che fosse caduta pesantemente nelle sue parti basse. Una sensazione così lui, razionale e calcolatore, non l’aveva mai provata.
Si era ritrovato fermo, con gli occhi fissi su di un sedere introdotto dentro un fuseaux nero, a dondolare la testa al ritmo dei passi, con vampate di calore che salivano al cielo, partendo da lì.
Come drogato, con un evidente felicità inguinale, aveva iniziato a seguirla, ovunque andasse. Igiene personale, alimentari secchi, affettati, pane.
Sembrava un ratto dietro il pifferaio magico. Fortunatamente nessun Weser era all’orizzonte, altrimenti ci sarebbe caduto dentro con tutto il carrello.
- “Certe donne dovrebbero clonarle”.
- “Scusi…?”, si ridestò, senza distogliere lo sguardo.
- “Ho detto che quella là, quella che sta seguendo da più di dieci minuti, è una gran gnocca!”, esclamò il signore al suo fianco.
Imbarazzato, si rese conto si arrossire velocemente e cercò di far manovra con il carrello vuoto rendendosi conto di essere solo il primo di un branco ipnotizzato.
Forse una donna l’avrebbe apostrofato con “porco” più che “ratto”, ma era contento.
A volte ritrovarsi davanti ad un atavico istinto gli faceva piacere.
Anche un bel ricordo.
Anche un bel sedere.
gennaio 10th, 2012 | Posted in Diario | 2 Comments