Routine eccezionale

Senza le mie piccole cose, i miei momenti, le mie ritualità, mi manca l’aria. Deve essere un bisogno di calma, tranquillità e sicurezza, almeno in certi frangenti della mia giornata. Della mia vita, direi.
Non potrei vivere, ad esempio, senza una tazza di the la sera, mentre leggo o scrivo qualcosa, dando sfogo a emozioni, inducendomele o inducendole non fa differenza, basta che si sussulti.
Se c’è una cosa di cui ho il terrore è che venga meno e il senso di eccezionalità delle cose straordinarie.
Non voglio perdere la colazione della domenica, con il tavolo imbandito, anche se poi mangio sempre le stesse cose, a ridere e scherzare ascoltando la radio, cercando di imbroccare il numero dell’anno di uscita dell’imminente Virgin Classic.
Non voglio perdere quell’odore di arrosto, o di ragù, o di torta, o di quel che vuoi, basta che sia “della domenica”, che impregna nasi e cuori.
Non voglio perdere il gusto di qualcosa che deve essere eccezionale, perché l’eccezione è l’accento, la nota di colore, l’assolo di chitarra, il valore.
Un valore che stanno cercando di rubarmi, regalandomi surrogati che fanno diventare l’eccezionale qualcosa di normale, il pranzo della domenica come la cena del giovedì, il sentimento vero con quello patinato della TV.
E ci riempiamo di the senza teina, caffè senza caffeina, latte senza lattosio.
Amore senza batticuore.

Ho sonno

Quando aveva dentro le ossa quella sensazione d’impotenza si lasciava vincere dal sonno. Lo considerava un meccanismo di autodifesa conscio.
In fin dei conti tutto quello che chiedeva, era di essere trasportato, accompagnato per mano e coccolato, e solo Morfeo poteva assicurargli tutto questo senza fargli del male.
Non aveva voglia di stare male, no.
Ed era diverso da aver voglia di stare bene, che presumeva una ricerca di qualcosa.
Lui voleva solo essere lasciato in pace.
Lasciato andare.
Corrucciando la fronte conveniva con se stesso che sarebbe stato bello avere avuto qualcuno che l’avesse condotto in un luogo sicuro, al riparo dai suoi pensieri, che gli parlasse con voce morbida e comprensiva, che avesse ascoltato i suoi bisogni, i suoi fantasmi, le sue passioni, le sue emozioni, per poi poterle poi condividere, analizzare, sviscerare e, perché no, riderci su.
Si, sarebbe stato bello.
Ma per le persone come lui, quelle alle quali la prima risposta all’esposizione di un problema personale era “anche io ho…” o “io invece…”, non era possibile.
Lui era stato creato per ascoltare.
Allora si rifugiava nel sonno, nei sogni. Perché nei sogni poteva trovare quello che cercava e, se proprio non trovava nulla di bello, poteva sempre svegliarsi.
E, nei sogni, non aveva paura.

Zucchero e formiche

Una coppia di ragazzi litiga all’angolo della strada, al freddo. Io, in piedi, in un posto che non frequento da un po’, li guardo, immerso nei miei pensieri. Attorno a me il fumo di sigarette nervose. Io non fumo più, sto solo lì. Mi piaceva fumare fuori dai luoghi pubblici, mi piace stare da solo, in silenzio, in mezzo alla folla.
Guardare la gente.
Una cosa che adoro, soprattutto quando ho mille piccole formiche che corrono, in cerca di fiocchi di zucchero filato, nel mio cervello. So che non troveranno pace, ma sentirmi solo in mezzo a tutta quella gente mi fa star bene, anche se non so perché, quando ho “i pensieri”.
Il ragazzo brandisce una banana come fosse una pistola e sembra aver l’aria colpevole: nonostante l’arma, si sta scusando.
I miei pensieri, figli di un triste pomeriggio, iniziano ad assomigliare a un pessimismo cronico, ne prendo coscienza. Avrei voglia di cambiare tutto, dall’inizio alla fine.
La ragazza è inviperita. Lui deve averla combinata grossa. Sono vestiti in maniera giovanile, l’unica cosa che riesco a distinguere dalla mia posizione è la loro sagoma scura, ma lo percepisco. E non invidio quel ragazzo,
“Dai, vero, sto meglio di altri, hai ragione, c’è gente che sta peggio, dai, sto sempre a lamentarmi e ho tanto, avessero altri quello che ho io, caspita, sono un ingordo, un ingrato, dovrei essere felice e invece sto qui a lamentarmi…”.
Mi son sempre chiesto perché una persona più fortunata di altre non possa non essere felice. E’ come se ci si dovesse sempre accontentare di qualcosa. Non è che se hai qualcosa in più di altri devi necessariamente esserne felice e fartene una ragione, credo. Insomma, se uno non ha nulla da mangiare e un altro ha della cacca non necessariamente quello che si sfama deve essere felice.
La ragazza si lancia addosso al ragazzo e lo bacia. Lui rimane lì, con le mani lungo il corpo, sorpreso. Piacevolmente sorpreso.
Io inizio a camminare pensando che, se voglio cambiare qualcosa, devo fare come lei.
Buttarmi.