Acufene

“Non se ne può più, ho paura per i miei figli, sai che la sera ho il terrore di andare a buttare la spazzatura? Ho paura che mi violentino…”
I suoi occhi azzurri trasudano paura, disprezzo e tristezza. I capelli, di un biondo morbido, legati in testa in una coda di cavallo alta, svestono un collo da mille e un bacio. Le mani, incrociate in grembo, quasi a proteggersi da parole e azioni, nervosamente giocherellano con la fede.
L’accento la frega un po’.
E’ arrivata in Italia sette anni fa, su un pullman logoro con accanto una persona che continuava a dirle “appena arriviamo ti stupro e ti butto in un cassonetto”. Aveva un borsone stipato di pochi indumenti e tante speranze. Quel viaggio le è costato 3000 euro.
E’ bella, tanto bella che su quell’autobus azzurro le donne la guardavano con sospetto e gli uomini con divertimento. Loro, i maschietti, la coprivano di insulti e gesti senza equivoci. Lei, rannicchiata sul sedile, coperta dal borsone, cercava di farsi piccola e scomparire, tra vergogna e paura.
Lei, che è scappata da un paese, la Romania, per cercare lavoro, un lavoro che ha, un lavoro che non è possibile dimostrare, come migliaia di connazionali fa la badante.
“Sai cos’è? Che prima dovevi pagare tanto per venire qua, ora con 200 euro viene chiunque… sono scappata da gente che mi ritrovo sotto casa… e, come voi, ho paura.”
Le dico che la capisco, che il mondo si divide in persone per bene e persone cattive, che non dipende da un’etnia, un colore, una religione l’essere brava gente, che ci sono manovali e stupratori, come cento o cinquant’anni fa c’erano muratori e mafiosi, che emigrante e immigrante sono la stessa cosa, dipende solo da dove guardi.
Mi sorride, aprendomi il cuore, dicendomi che non vuole tornare laggiù. Non con quella gente dalla quale ha cercato di scappare. Poi mi abbraccia, manco so perché, e comincia a piangere.
Ha una paura in più di me, io sono a casa mia mentre lei potrebbe tornarci.

E mi porto dentro sobbalzi di disperazione, i suoi singhiozzi, lacrime e trucco sbavato sulla camicia, l’odore buono del sapone e la stretta forte di braccia abituate ad alzare anziani.
“Ma perché proprio qui?”, le chiedo.
“Perché in Italia è più facile, meno controlli… poi in Italia c’è… c’era lavoro”, risponde, senza neanche alzare la testa.
Già, quel lavoro. In nero, sottopagato, stancante, svilente e sfibrante, ma lavoro.
E si conficca, quel pensiero, in mezzo agli altri, rimbalza nella testa, senza soluzioni, senza via d’uscita. Mi preme gli occhi, cerca di sfondare i timpani per uscire, per aprire quelle porte che pensa si siano chiuse.
Forse perché è dentro di noi che sta il problema.
Come incurabile acufene.

9 Commenti su “Acufene”

  1. Un saluto Ofyp… sembre bello passare a trovarti

  2. grazie x essere passata…

  3. …. la paura che immobilizza.. la paura … che non dovrebbe esistere in nessuno di noi …

    … la libertà .. è il diritto alla vita ..

    ma come appunto scrivi .. esistono persone vili meschine .. stolte … esseri inutili …
    … per me lo sono…

  4. io quando vedo ragazzine più piccole di me costrette a fare le badanti rabbrividisco…
    lo so è una cosa pessima!
    buon we Ross!
    gio

  5. buona giornata!!!
    un bacio
    gio

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