Il mio amarcord

   Le luci, come piccole lanterne, illuminavano la stanza di verde, di rosso e di giallo. Non erano solo bagliori, ne avevano proprio le sembianze. Piccole lanterne di plastica che avvolgevano l’albero più alto che avesse mai visto. Nel silenzio di una nevicata, al buio, seduto davanti a tanta luccicante gioia, lo guardava, rapito dai colori e dal rumore sordo e gracchiante del variatore di corrente. Era come se a un concerto di grilli avessero imposto di abbassare il volume. Non avrebbe mai capito di preciso da dove arrivava, ma gli teneva compagnia: era rassicurante. In cima all’abete sintetico un puntale azzurro e, appena sotto, un angelo di plastica annunciava al mondo la natività con una tromba dorata. E poi palline colorate, adagiate con improbabile gusto, e boa di quel materiale che non si capisce cosa sia, ma ci sta bene sull’albero di Natale.
   Seduto lì, sul tappeto rosso, guardava un po’ lui, un po’ i riflessi colorati contro il muro, un po’ i regali posati sotto. Non erano molti, quasi tutti impacchettati con la stessa carta e infiocchettati da un filo dorato. Sembrava un piccolo indiano davanti al fuoco sacro al centro del villaggio. Davanti a lui un totem di luce e plastica con sotto parallelepipedi di gioia. Le gambe incrociate e la testa leggermente piegata verso destra, fermo.
   A sei anni il Natale ha un sapore particolare, un gusto che man mano che si cresce si perde. Il tempo smussa tutti gli angoli, spigoli appuntiti che fanno male o sono l’unico momento diverso del passaggio di un dito su superficie levigata, man mano, non si sentono più. Pialla o abitudine. A sei anni la vita è ancora un ceppo di ciliegio da lavorare, le mani ci passano sopra e si lasciano solleticare dalle venature, l’odore del legno è fresco e ricorda quello dei cocomeri, ogni imperfezione della corteccia è una scoperta. E’ con il passare del tempo che si fa smussato e liscio, privo di sussulti. Un po’ come le pietre dentro un fiume, levigate e piatte, riescono a stare per secoli nella stessa posizione. Prima rocce, aguzze e irregolari che, aiutate dall’impeto dell’acqua, spaccano tronchi e dividono ruscelli. Poi, mentre il tempo ne porta via frammenti, dolci letti su cui scorrere, senza impedimenti, senza ostacoli, magari aiutati dalla viscidità della flora subacquea.
   Un ceppo di fronte al fuoco, ecco cos’era Giorgio. Fate di me il burattino più bello del mondo e mi tramuterò in bambino, come il Pinocchio di Collodi, e poi in uomo, ma lasciatemi di fronte al mio albero di plastica, affinché possa avere ancora l’espressione curiosa e assorta che ho adesso.
   Suo nonno entrò nella stanza cercando di non far rumore per non interrompere quell’idillio fra un bambino e il Natale, senza riuscirci.
   “Ciao nonno”, disse Giorgio senza neanche alzare la testa.
   “Ciao piccolo”, rispose il nonno, “che fai qui al buio?”
   “Non sono al buio, c’è albero che fa luce”.
   “E che fai alla luce dell’albero di Natale?”
   “Nulla, lo guardo. E’ lì apposta.”
   Il ragionamento non faceva una piega e l’anziano si sedette sul divano, a qualche metro dal bambino e dall’abete. L’anello più giovane e quello più vecchio dell’intera famiglia accomunati da piccole lanterne, verdi, gialle e rosse.
   Il nonno, un uomo di sessant’anni, burbero quanto basta ma dolce quando era il momento di esserlo, amava prenderlo in braccio, metterselo sulle ginocchia e raccontargli aneddoti di guerra e donne. Di guerra ne parlava bene, di donne un po’ meno ma a Giorgio interessava poco. Una cosa che faceva e che gli sarebbe rimasta impressa nella memoria tanto da ricordarla il giorno del suo funerale e piangerne, più di venticinque anni dopo, era quel gesto d’affetto. Non era il gesto in se, era per come lo faceva. Ad un certo punto, senza che nessuno se ne accorgesse, scompariva. Fino all’età di otto anni era anche convinto di averlo visto scomparire e riapparire per davvero. Mentre figli e figlie, nuore e generi, nipoti e ogni sorta di abitante erano indaffarati in discussioni di ogni tipo lui, senza che nessuno se ne accorgesse, si alzava dalla sua sedia davanti al termosifone, attraversava tutto il salone, usciva dalla stanza, andava Dio solo sa dove, tornava e, dopo aver riattraversato la stanza, si sedeva al caldo, con strette, nella mano destra, banconote da mille lire.
   Per giorni aveva addirittura provato a studiarlo, ad aspettare il momento, a capire come faceva ma niente. Tutto quel tragitto lo faceva scomparendo. Lui vedeva il nonno seduto, che magari parlava o che giocava con la carta di una caramella, una di quelle a spicchi, gialle o arancioni e, un attimo dopo aveva in mano le banconote. Due banconote da mille lire, Due banconote con Giuseppe Verdi in tuba nera disegnato sopra. Poi lo chiamava, lo accarezzava, gli metteva in mano i soldi magici e gli diceva di comprarsi un gelato.
   Misteri da bambini. Lui quei soldi li metteva nel salvadanaio ricavato da una lattina di caffè. Solo quelli di carta, però. Le monete le usava per i ghiaccioli all’anice. Li dava alla madre che, quando tornavano dalla spesa pomeridiana, si fermava al bar sotto casa e ne comprava uno. Estate o inverno che fosse, stava seduto sul sedile posteriore dell’automobile con in mano un pezzo di ghiaccio azzurro.  Se non c’era quel gusto, non ne mangiava.
   Quel giorno non era uscito con la madre per le compere natalizie ma stava degustando sul tappeto, davanti all’albero illuminato, il suo ghiacciolo blu. Partiva dai bordi inferiori, succhiandone gli angoli fino a farli diventare bianchi, poi si occupava del resto. Succhiava via il sapore avidamente poi mordeva il ghiaccio senza più nessun aroma.
   Il cenone di Natale era un rito irrinunciabile in casa sua. Anche se era piccolo, iniziava ad assaporare il gusto dolce della preparazione comune. Tutte insieme, le donne di casa, si adoperavano, chi ai fornelli, chi ai piatti freddi. La tradizione di famiglia diceva pesce. Tredici piatti. Una tradizione che arrivava da chissà dove e da chissà quale avo. Sono strane queste cose che si tramandano di madre in figlia. Ogni donna ricorda che la madre, a un certo punto della sua vita, gli insegna un qualcosa che, dice, le aveva insegnato la nonna.
   Quello fu il cenone dei suoi sei anni.
   Il capitone, nero e viscido, nuotava ancora nella tinozza azzurra nel bel mezzo del tinello. L’avevano messo lì, come avesse espresso come ultimo desiderio che una mezza dozzina di bambini urlanti cercassero a tutti i costi di toccarlo. Guizzava e si dimenava mentre Maria, la cugina piccola, di quattro anni, urlava a ogni spruzzo d’acqua. Urlava, spaventata a morte, con il viso rosso e gli occhi fuori dalle orbite, con una bambola di pezza in grembo, e poi rideva, sonoramente, fino alle lacrime, saltando. Un altro spruzzo, un altro strillo terrorizzato. Era uno spasso guardarla, nel suo vestitino corto, rosso per l’occasione, i collant bianchi di cotone e le scarpe basse, dello stesso carminio laccato del vestito. Era un misto fra una versione giovane e femminile di babbo natale e alice nel paese delle meraviglie, strillante come una vittima di psycho, e sorridente come una bambina di quattro anni vestita a festa, la sera della vigilia, mentre gioca con un capitone.
   Alle sei del pomeriggio la madre di Giorgio emise sentenza di morte per il serpente che, ormai esausto, si era adagiato sul fondo della bacinella. Era una bella bestia, Giorgio lo ricordava enorme, una specie di drago-pesce-serpente mitologico. Vedendolo così, senza più forze, stremato da ore di colpi di testa contro la plastica azzurra, tentò di prenderlo a mani nude, da sola. Lui la lasciò fare. Forse, in certi frangenti, morire è meglio che vivere. Doveva essere la stessa cosa che pensano i soldati stremati da anni di battaglie, sotto il fuoco nemico, senza possibilità di uscire da un caseggiato o da una trincea per via dei cecchini, senza più cibo né acqua, consci del fatto che, se catturati, andrebbero incontro a morte certa, dopo le più atroci torture. Forse ti viene da voltare il fucile e spararti un fronte. Forse ti viene da morire, e non c’è patria o motivo che ti faccia cambiare idea. Si lasciò portar fuori dall’acqua: Sembrava quasi cullato fra le braccia della donna. Ma mai fidarsi di un capitone. Con un guizzo, aiutato dalla sua viscidità, riuscì a divincolarsi e a cadere sul pavimento. Subito la cuginetta Maria cominciò a strillare, stavolta era terrore puro. Il capitone iniziò una danza tutta sua, particolare, contorcendosi e spostandosi verso la destra della stanza. Richiamato dalle urla, lo zio Vincenzo, che era sul balcone a fumare N80 in compagnia del fratello Giovanni, gettò il mozzicone bianco di là dalla ringhiera e corse dentro. Non si sa se l capitone era conscio di quello che stava facendo o fu un caso, fatto sta che passò far le gambe di Giorgio, si arrotolò su se stesso, diede una spinta e, strisciando al fianco dello zio Vincenzo, si lanciò dal balcone. Un volo di una decina di metri.
   Tutti corsero a guardare giù. Sul selciato, immobile, giaceva il lungo pesce, condimento per spaghetti.
   “Almeno è morto”, disse Giorgio mentre Maria iniziava a ridere di nuovo. Fu contagioso, pian piano, risero tutti, di gusto. Lo zio Vincenzo si sedette in terra, sul balcone, e accese un’altra sigaretta. Giovanni lo guardava con aria stranita.
   “Si, è morto. Speriamo. Mario, va a vedere se ci riesco ancora a fare il sugo con quel coso lì sotto. Bambini, dentro che fa freddo.” Perentoria, la signora Maria, un po’ mamma e un po’ arrabbiata per la sua pietanza spiaccicata al suolo.
   Ne risero per tutta la sera. E riuscirono a fare il sugo, comunque. Quando il padre di Giorgio andò a recuperarlo era praticamente intatto. Una volta messo su un ripiano, si ripresero le varie attività per la cena. Affettati, antipasti, frutti di mare, un polpo bolliva e mille odori che andavano trasformandosi in sapori invadevano la casa.
   Mentre le donne, come tradizione imponeva, si occupavano del cenone, gli uomini si adoperavano a cercare di ricavare da un tavolo tondo, uno rettangolare e numerosi scatoloni con dentro accessori da campeggio, i posti a sedere per tutti. Era bello guardarli, Giorgio li studiava mentre il resto dei bambini urlava e si rincorreva nello spazio angusto di un’entrata anni settanta. Suo padre continuava ad asserire che l’anno precedente c’erano stati in tre in più. Zio Giovanni controbatteva che era impossibile. Assolutamente. Vincenzo, con la sigaretta che pendeva dalla bocca, annuiva e basta. Faceva cenno con la testa ma non si capiva assolutamente a chi stesse dando ragione. Tre fratelli per quindici persone da sistemare.
   Alla fine riuscivano a dividere perfettamente uomini da donne e da bambini. Gli uomini al tavolo tondo, a capotavola il nonno. Era un posto come un altro, in un tavolo così, ma al nonno si diceva “tu mettiti lì a capotavola”, chissà perché. Lungo il tavolo rettangolare, le donne. I sei bambini su sedie pieghevoli attorno a tavoli da campeggio. Ogni anno. Cambiava magari il numero di bambini ma il rito era sempre lo stesso. Anche la disposizione. A una famiglia da sicurezza la disposizione a tavola. Sapere che ogni giorno, a ogni pasto, dopo ogni forchettata a mezze penne al sugo o mentre arrotoli spaghetti, alzando lo sguardo, nello stesso posto, incroci quello di tuo padre e di tua madre, da certezze. Sembra stupido, ma non lo è. Te ne accorgi quando un membro della famiglia passa a miglior vita. Lì, dove era seduto, tagliava il pane, giocava con le briciole, si sporcava la camicia di sugo o ti porgeva amorevolmente le patate, il vuoto. Alzi lo sguardo e ti cadono le certezze. Se non è al suo posto, è perché c’è un motivo grave, malattia o morte. Ecco perché Giorgio li osservava sempre un po’ rapito. Decidere per mezz’ore piene le stesse disposizioni dell’anno prima.
   E sognava di essere abbastanza grande da poter finalmente sedere al tavolo tondo, avere un dito di vino nel bicchiere e magari riuscire a bere del caffè che non fosse acqua sporca.
   Il cenone iniziava sempre piano, in maniera morbida. Il nonno, primo a sedersi, iniziava le danze assaltando i grissini. Dopo poco li bagnava nel vino rosso e li mangiava come fossero biscotti intinti nel latte. Poi si sedevano i tre figli maschi, ai suoi fianchi, in ordine d’età. Non era un rito scritto, tramandato o voluto. Era naturale. Poi i bambini, poi le donne, mai tutte insieme. Maria era in perenne movimento, indaffarata a portare piatti pieni e prendere quelli vuoti. Le cognate, Anna e Rosa, la aiutavano alternandosi. L’unica seduta per tutto il cenone era Cristina, la zia più giovane. Le tre cognate la trattavano un po’ da malata, per il suo stato di zitella, alla veneranda età di ventitré anni. Stai li tu, stai tranquilla, le dicevano di continuo.
   Gli uomini parlavano di calcio, le donne di cibo. Poi gli uomini parlavano di calcio e le donne spettegolavano di parenti alla lontana o amiche antipatiche. Dopo, ancora,gli uomini parlavano di calcio e le donne di cose da donne. A metà cenone gli uomini smettevano di parlare di calcio e iniziavano a parlare di vino. Le donne iniziavano ad elencarsi gli acciacchi passate, presenti e futuri. Poi tutti insieme, appassionatamente, si parlava di malattie e di morte. Poi di morti.
   C’è una specie di copione da seguire nei pasti consumati a famiglie unificate. Si finisce sempre col parlare di morte e di morti. Passando per i soliti discorsi di defecazioni, di bambini e adulti, non fa differenza. Ogni pranzo. Ogni cena.
   Giorgio ascoltava. Era affascinato dai discorsi delle cognate, tutte. Erano più vari, più articolati e più buffi. La madre rideva tanto in quei momenti comuni e a lui piaceva che lei ridesse. Era più bella quando sorrideva.
   Poi finiva che il nonno si annoiava un po’ e chiedeva di alzarsi a prendere una boccata d’aria e uscivano tutti sul balcone a fumare un po’. Gli adulti in maniche di camicia e i bambini vestiti come pronti per partire per una spedizione al polo. Dentro, intanto, si sparecchiava il tavolo per far posto a spumante e panettone mentre i bambini già pendevano dai rami dell’albero di Natale, sbavando sui pacchi colorati.
   Adorava quelle sensazioni. Quel calore, quei sorrisi, quell’aria colma di festa e felicità. Nonostante i soldi per arrivare a fine mese non bastassero mai, nonostante gli acciacchi di famiglia, nonostante il cantiere non fosse un posto ideale dove lavorare, nonostante la schiena a pezzi di papà, nonostante tutto. Il Natale era quello, per Giorgio. La famiglia, unita, accanto, attorno. Non c’era momento più bello. Neanche scartare i regali gli dava quell’emozione. Aveva voglia di andare ad abbracciare forte la madre ma non lo faceva, sarebbe stato cacciato in maniera dolce, allontanato per via dei lavori “da grandi”.

53 Commenti su “Il mio amarcord”

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