Un mazzo così
Seduto dentro una piccola utilitaria a fare mazzi di pensieri che non regalerai a nessuno mi soffermo sugli attimi che il mondo mi regala.
Due ragazzi, forse dovrei dire adulti, perché considerarsi ragazzo a trenta/quaranta anni vuol dire avere una sindrome di Peter Pan quantomeno accennata, sono in piedi accanto a una ragazza, questa si, seduta sotto la pensilina.
E’ tra i venti e i trenta, più rivolta verso l’utero che verso il mogano. Stivali da cavallerizza e gonna corta che, complici le gambe accavallate senza pensieri, mi regalano, attraverso il parabrezza, leggeri formicolii.
Giocherella, come ormai tutte le persone della sua età, col cellulare, mordendosi il labbro a ogni sms.
Accattivante, ne faccio pensiero e lo metto nel mazzo, che ormai è legato con l’elastico anche lui e spazio ce n’è.
I due ragazzi si guardano negli occhi, parlandosi, con le bocche a pochi centimetri, mescolandosi anche col respiro.
E’ bello mescolare i respiri, è un preliminare che mi piace.
La ragazza con la minigonna sussulta e impreca sottovoce, poi torna a mordersi il labbro. Guarda i due a pochi metri da lei e fa un sospiro lungo. La seguo, non so neanche perché.
Dal mazzo di pensieri prendo quello che mi dice che non mi piace dipendere dall’umore delle altre persone. E’ un fiore giallo, una specie di margherita. Lo infilo in qualche anfratto del cervello, così, per dar colore, sperando di dimenticarlo.
Riguardo la ragazza che si alza, da uno strattone alla minigonna per coprire un centimetro di pelle in più, poi mi infilo tra gli sguardi dei due amanti, così, per sentirne il brivido.
Un mezzo pubblico me li porta via.
Torno a pensare che vorrei fremere come chi si sente quegli occhi addosso ma ho un mazzo di pensieri tra le mani.
Ed è tutto per me.
Fantasie e desideri da sfogliare come foto in portafogli logori, sussulti posticci come fiocchi su pacchi regalo, adrenalina narcotizzata come ricordi di vite lontane.
