Non compriamo niente, grazie
Il freddo mi entra dentro appena esco dall’auto. Mi piace il tepore che riesco a creare lì dentro dopo un po’. Mi sfilo dalla tasca una moneta e la infilo nell’apposita fessura. Anche questo gesto, su cui Freud avrebbe potuto dire la sua, mi piace. Cammino spedito per evitare il gelo e m’infilo, carrellomunito, nella porta girevole. Mai capito il perché di tanta complessità.
Le luci e la plastica mi assalgono: tutto luccica, deve attirare la mia attenzione. Tolgo sciarpa, guanti e giaccone e cerco di resistere alle sirene che attaccano il mio portafogli.
Il centro commerciale è grande, enorme. Un occhio alla lista per evitare di perdersi e via tra le corsie.
Mi piace guardare la gente, il popolo degli acquisti è fantastico.
C’è una coppia che litiga davanti alle lampadine. Non capisco se per la forma o la potenza, ma la discussione è accesa. Lei lo manda letteralmente affanculo e si allontana. Lui rimane lì, con una basso consumo in mano e la faccia di che stasera non tromberà.
La corsia dopo è popolata da anziani attratti da utensili che mai useranno. “Però potrebbe essere che, metti un giorno di primavera, mi serva piallare un tozzo di legno, sai, si sa mai”. Più lontano mogli compatenti attendono che la sindrome di Geppetto li abbandoni. C’è ancora da avvitare l’anta della cucina, figuriamoci se gli faccio comprare una pialla.
Salto a piè pari la corsia degli assorbenti sorridendo al ricordo di una frase di un amico storico: “al super si cucca ma se la conosci in quella corsia non aspettarti una bella serata”. Poi con ali e flussi non sono mai andato d’accordo: soffro il mal d’aria, io.
Una ragazza in minigonna e calze ricamate sta scegliendo una tintura per capelli. Mi soffermo più del dovuto, con la convinzione che, a volte, adoro il modo in cui le donne sfidano il freddo. Più avanti un ragazzino indugia davanti ai profilattici. Mi fermo un po’ lì, affinché il suo imbarazzo cresca, aspettando che la ragazza scelga il suo mogano chiaro. Su quel viso starà bene certamente.
Anche su quelle gambe, si.
Una moltitudine di individui mi passa accanto, poco degni di nota. Li guardo e passo oltre, innatamente attratto da forme curve e situazioni strane, sulle quali mi soffermo compiaciuto.
C’è poco più bello di una donna in un momento di relax, non attenta ad essere osservata o sexy: a non sforzare la sensualità si possono fare danni irreparabili nei cervelli degli uomini. Appoggio gli occhi su di un sedere che fa vacillare l’ateismo e passo oltre.
Una ragazza saltella tra verdure e bilance mentre il suo compagno manda sms, annoiato, appoggiato al carrello. Neanche lui avrà una bella serata, a giudicare dalle occhiate di lei che sbotta un “mai fai qualcosa di utile nella vita” mezzo morsicato. L’altra metà dei denti pizzica il labbro inferiore. Brutto segno.
Due ragazzini tubano dietro il pane, un altro anziano commenta formaggi che non potrà mangiare, un’altra donna attrae più di uno sguardo chinata sui surgelati. Mi guardo attorno mentre c’è chi distoglie lo sguardo e chi lo pressa un po’ di più. Sorrido.
E continuo a sorridere alla cassiera mentre le auguro uno buongiorno tenue. Lei tira su lo sguardo, quasi sorpresa, e contraccambia.
“E’ bello sentire un saluto ogni tanto”, dice.
Allargo braccia e labbra e lei sorride con me che, alla fine, non ho comprato nulla.
Rimetto in tasca la lista e mi riprometto di tornare l’indomani.
Tanto, qui, è sempre aperto.
