I sogni degli altri
Quando ero piccolo mio padre voleva che diventassi un prete. Era un suo desiderio incalzante, una frase che mi ripeteva spesso.
“Perché non ti fai prete? Pensa che bello avere un figlio prete, magari vescovo, perché no, Papa”
Un ambizione che faceva a cazzotti con il suo non essere cattolico, cristiano forse, non praticante e, alle volte, bestemmiante.
Non ho mai avuto questa tentazione, forse perché la vocazione la devi sentire dentro e io non l’avevo. Dopo i tredici anni poi, quando l’ormone è impazzito, meno che mai. Le priorità si sono spostate e non collimavano con la carriera ecclesiastica.
Forse aveva ragione.
Fin dal decimo compleanno la mia attività di confessore, confidente e ascoltatore era nota a tutte le adolescenti del circondario. Ero circondato da ragazze che mi raccontavano pezzi di vita, soprattutto vicissitudini amorose. Le sentivo parlare, cambiare, blaterare.
Ascoltavo. L’innata empatia che poi mi avrebbe accompagnato per il resto della vita iniziava a manifestarsi e, con lei, le prime delusioni.
Crescendo, al puro ascoltare, aggiunsi qualche frase. Non erano consigli, lungi da me dare suggerimenti su come vivere la vita altrui: faccio fatica a vivere la mia. Le chiamerei più frasi estrapolatorie, di quelle che aiutano l’oratore a trovarsi da solo la conclusione e la risoluzione del problema.
Ero cercato e ricercato, le donzelle si passavano parola e immancabilmente finivano davanti a me.
Un prete. Il desiderio di mio padre si stava avverando, senza voti.
La cosa che mi faceva star male era che la gente, dopo avermi usato come spalla, sacco e sparring partner, dopo aver risolto il problema, scompariva.
Era un fatto al quale mi abituavo presto, era qualcosa di fisiologico. “A me bastava fare del bene”, dovrebbe dire il sacerdote che è in me.
Del resto io ero quello che, “beato me”, non aveva di quei problemi.
Poi, a distanza di anni, mi sono ritrovato ad averne, di problemi. Non quelli, forse altri, forse meno gravi, ma comunque fastidiosi. Ogni problema ha rilevanza diversa nella vita delle persone, bisogna sempre cercare di capire i contesti e le situazioni. Ed io sono sempre stato uno di quelli che i problemi se li risolve per i cavoli suoi: diciamo che è un modo per non disturbare il prossimo.
Mi chiudo. Guardo il mondo da un oblò, direbbe Gianni Togni. Smetto di cercare la gente per chiedergli come va. Non riesco. E’ più forte di me, ho paura di trasmettere il mio disagio agli altri. E il risultato è sempre lo stesso, solitudine. Che poi si sta bene da soli, io non ne sono spaventato o terrorizzato come alcune persone che conosco.
Perché un prete mancato viene cercato quando ce n’è bisogno, mai quando ha bisogno.
Tanto, lui, c’è sempre.
Beato lui.

è una bella capacità, magari potevi fare lo psicologo
ciao
ale
Ti chiudi a riccio e non cerchi aiuto da nessuno, per carattere, educazione, per abitudine… ma è anche vero che quando uno sta male si vede, non cerchi nessuno, ma qualcuno potrebbe e dovrebbe cercarti, a costo di bussarti alla porta di casa.
il tuo disagio è il tuo, trasmetterlo agli altri può aiutarti, aiutarli a capirti, a starti accanto.
un abbraccio
Alle volte penso che io te siamo gemelli separati alla nascita…
Comunque posso dirti che quando si sta male è sbagliato rimanere a crogiolarsi nel dolore e bisogna a tutti i costi trovare un orecchio che ci ascolti…ci fa bene, ci fa comprendere che anche noi “ascoltatori” siamo umani e limitati e necessitiamo di aiuto.
Qui un orecchio per te c’è sempre lo sai. Ti abbraccio forte.