Il destino nel nome
Ho rivisto Bolt ieri sera.
Usain Bolt.
Ed è già un miracolo riuscire a vederlo. Il tartan azzurro fa da contrasto alla sua divisa sgargiante, colorata come la sua terra, la Jamaica. Sarà il clima, sarà il cibo, come dicono alcuni, sarà… sarà, ma da quell’isola infilata nel mar dei caraibi esce solo gente che corre veloce.
Lo inquadrano, sorride. Un po’ vanesio, certo, ma è sempre un piacere riempirsi della luce che emana. Poi si fa serio, scalcia come un cavallo, appoggia i piedi ai blocchi di partenza, aspetta uno sparo e corre.
Anzi, no.
Gli altri, attorno a lui, corrono per decento metri.
Lui vola. Si stacca dai blocchi alla velocità della luce, percorre la curva per cento metri ed è già davanti a tutti. Spinge ancora, tripudio di muscoli e tendini, e taglia il traguardo a petto in fuori, fiero: lui lo sa già.
Poi sorride di nuovo, indicando il tabellone che indica il suo tempo: 19 secondi e venti centesimi, poi corretto in 19.19.
A che velocità va una freccia per colpire il bersaglio. E’ un dato che non ho ma posso dire che Bolt, freccia in inglese, non si dicosta tantissimo.
E la freccia, man mano, diminuisce la sua velocità per via dell’attrito dell’aria, Bolt sembra viverci in quell’aria.
Come il vento.
Oggi compie 23 anni.
Spero che i miei auguri lo raggiungano.
