Ho smesso di dare consigli quando ho iniziato ad avere la necessità di non sentirne.
È strano come ragionamento ma è così. Il mento stava iniziando a sporcarsi di barba e il mio basso ventre cominciava a prendere il sopravvento sulla ragione, e forse è stato anche per questo, non so.
All’ennesimo “ma tu” al posto di un “grazie del consiglio” ho smesso.
Credo sia per questo che non sopporto la gente che mi sentenzia addosso o cerca di manipolare il mio vivere a suo uso e consumo.
Insomma, credo di esser in grado di rovinarmi la vita abbastanza bene da solo, non ho proprio bisogno che amici, parenti, pseudo conoscenti, parroci o maestri me la fracassino a loro uso e consumo.
O me le fracassino, perché di questo si tratta.
Io non dico nulla a te, come dovrebbe essere, e tu non dici nulla a me.
Mi sembra “abbastanza” equo, no?
Che poi, abbastanza, è un’altra di quelle parole che capisco poco. Un po’ come i superlativi, già ne scrissi.
Nettissimo.
Se è netto, è netto, non esiste nulla di più.
Nettissimo non esiste.
Neanche abbastanza equo.
gennaio 27th, 2012 | Posted in Diario | No Comments
L’odore delle chiacchiere si spalmava per tutto il quartiere, come la nebbia di novembre o una fuga di gas.
Il forno all’angolo aveva fatto un ottimo lavoro quella notte.
Sorrise appena, paragonando l’odore delle chiacchiere al puzzo delle bugie che stava riempiendo parte della sua vita. Decisamente due cose diverse.
A non volersi mentire si era stampata in faccia quel sorriso da quando, la sera prima, lo aveva mandato sonoramente a quel paese dopo l’ennesima richiesta assurda.
Si sentiva più libera o, almeno, non era più schiava di quel senso di ricerca di continua approvazione.
Le era stato insegnato così, c’era poco da inventarsi: lei viveva alla ricerca continua di approvazione, prostrandosi, prodigandosi, disfacendosi, cercando il “brava” che suo padre non le aveva mai detto.
Tutta se stessa, fino al massimo, quello che, una volta raggiunto, era “solo il suo dovere”.
Era stato anche difficile capirlo, così sempre presente nella vita degli altri tanto da dimenticarsi la sua, talmente sopraffatta da non riuscire a fare niente per se stessa, neanche le cose che le piacevano, che amava.
Si ritrovava a cucinare per compiacere qualcuno, andare al cinema per compiacere qualcun altro, addirittura mangiare il gelato al pistacchio per far sorridere l’amica.
Si era alzata, quella mattina, e, poco prima di uscire con addosso il suo anonimo vestito da lavoro, si era detta che oggi non avrebbe dovuto incontrare nessuno. Nessun aperitivo, nessuna cena, nessun dopocena, nessun sesso come piaceva a lui.
Era rientrata in casa, aveva tolto velocemente i pantaloni e collant ed aveva indossato le calze autoreggenti più sexy che aveva. Aveva re indossato i pantaloni e alzato la sua statura di almeno altri sei centimetri cambiando scarpe.
Ora si sentiva bene.
Solo per se stessa.
gennaio 25th, 2012 | Posted in In punta di dita | No Comments
La devo smettere di farmi travolgere dall’anziano che è in me. Che poi chissà perché nel mio immaginario c’è questa figura del “bricolager” con i – pochi – capelli bianchi, gli occhiali sul naso e lo sguardo perso in uno scaffale.
Effettivamente, dopo tre Bricovisite in tre giorni, ho sviluppato una certa dimestichezza con la fauna che popola certi habitat. Escludendo le rare eccezioni, ci si incontrano anziani da soli, anziani con moglie e coppie di giovani in procinto di andare a condividere spazi e, perché no, tempi.
Stupendo vedere nella stessa corsia due ragazzi che sorridono e ammiccano, baciandosi di tanto in tanto, mentre scelgono un colore per la camera e la coppia di anziani dove l’uomo regala un “zittatuchenoncapisciuncazzo” alla moglie imbronciata.
Stessa situazione con una vita di differenza.
Io ci vado da solo quindi rientro nella categoria degli anziani (o delle eccezioni, giacché non ho pochi capelli e non sono bianchi e, direi, all’anagrafe mi mancano un bel po’ di anni per essere considerato quantomeno attempato).
Alla fine faccio dei bei lavori. Magari non da professionista, ma sono accurato e preciso ed ho delle grandi idee.
Il mio unico problema è che, dopo un fine settimana passato all’insegna del “fai da te” ne porto i segni per giorni. La settimana scorsa ho cercato di uccidermi con l’elettricità, scoprendo che se il “salvavita” si chiama così c’è una ragione (e anche che il mio è funzionante). Oggi ho i polpastrelli di indice e pollice della mano sinistra senza impronte digitali.
Irriconoscibile.
gennaio 23rd, 2012 | Posted in Diario | No Comments