Ho passato un grande periodo della mia vita fuori dall’auto. Ne avrei passato molto di più non avessi avuto quel “piccolo” inconveniente con lo scooter e non vivessi in una città dove la bicicletta la puoi usare solo nel tempo libero. Piste ciclabili in quantità industriale ma solo se vuoi ammirare le bellezze barocche di una metropoli sventrata dai cantieri.
Come tutti gli automobilisti del creato, racchiuso nell’intimo dell’abitacolo, dispenso consigli amorevoli ai miei colleghi conducenti, inetti gasteropodi coi quali condivido tempo e asfalto.
Mr. Hide.
E sono premuroso. Sempre attento, empatico per definizione, ho questa innata propensione a proteggere. Una volta l’ho collegata al fatto di essere padre, di essere giovane (bah), di aver sviluppato nel tempo una caratteristica che mi porta a non fumare durante i pranzi o in presenza di bambini da ben prima che una legge me lo imponesse.
Poi mi rendo conto che certi gesti li ho dentro, da ben prima che la vita sviluppasse in me questo istinto di protezione.
Premuroso, dicevo.
Il gesto innato è l’apertura del braccio destro verso il sedile del passeggero durante una brusca frenata. Lo faccio sempre, anche se sono da solo, anche se non ho nulla sul sedile.
Pigio il freno e il braccio si allarga. Pigio, allargo. Come avessi un ingranaggio programmato.
Pigio, allargo.
Premuroso.
Dr. Jekyll.
Riaccompagnare a casa la pettoruta figlia venticinquenne di amici di famiglia, nel traffico di un sabato pomeriggio, può far cambiare certi punti di vista.
Alla quinta frenata diventi automaticamente (e inconsapevolmente) il Conte di Rochester, “esperto, come ammette egli stesso, nelle tre più importanti occupazioni del suo tempo: la scrittura di versi, lo svuotamento di bottiglie ed il riempimento di fanciulle” (cit.).
John Wilmot, iI conte di Rochester.
marzo 8th, 2010 | Posted in Diario | 2 Comments
Accendi una sigaretta e mi guardi chiedendomi il perché di certe situazioni. Ti rispondo che le situazioni si creano e capitano, se le crei male non puoi far altro che mangiarti le mani, se ti capitano, capitano.
Hai dentro un dolore che da fuori non si vede, sorridente a prescindere. Ma io lo sento, lo sento forte. E’ come se ogni parola che dici vada a far spessore sul mio cuore.
“Non posso far altro che vivere”, mi dici.
L’alternativa sarebbe morire: non è cosa buona, convengo.
Forse percepire la sfumatura di vivere da “morti dentro” sarebbe l’ideale, ma è illusione utopica pensare di essersela creata quella situazione.
Quella si che è capitata: ti ci sei adagiato sopra e ci dormi un po’. Risulta addirittura comoda.
Poi mi chiedi da quanto tempo non ridi di gusto ed io, seppur aiutato da pastiglie omeopatiche, non lo ricordo più. E stavolta non è la memoria che mi frega.
Che poi, mi dici, basterebbe una carezza al posto di un graffio, una parola sussurrata al posto di un urlo, un sorriso al posto di un ghigno, un bacio invece che uno sputo.
Che saliva è sempre saliva, dipende dalla velocità con cui ti arriva.
La sigaretta si consuma piano mentre noi contempliamo le nuvole.
“Dietro ci sono le stelle”, ti rispondo.
Una lacrima mi scende dalla parte giusta del viso, quella che tu non vedi, se no capiresti quanto soffro con te.
Non per, con.
Ed è una gran fortuna, nonostante le nuvole, nonostante tutto.
marzo 3rd, 2010 | Posted in In punta di dita | 1 Comment
Una mano sul volante e una sul cambio, un piede sulla frizione e uno sull’acceleratore, all’occorrenza sul freno. Occhi su strada, specchietti e strumentazione di bordo. Quando mi faccio paranoie sulle potenzialità del cervello degli esseri umani devo ricordarmi di come si riescano a suddividere le attività quando si guida.
Se mi soffermo a pensarci ha del pazzesco, ma è tutta questione di pratica.
Riesco anche a soffermarmi su cartelloni pubblicitari, insegne di negozi e particolari accattivanti, a riconoscere le stesse persone nello stesso posto, gente che non conosco e che non conoscerò mai ma che fa parte della mia vita da anni, ormai.
Poi ci sono gli specchietti retrovisori.
Invidio certe vetture, incastrate nel traffico, per il contenuto dei loro specchietti.
Occhi, soprattutto occhi.
Occhi di donna, la più grande sostanza stupefacente mai inventata: grado di dipendenza altissimo ed effetto tra i più forti in natura (e non).
E così che dentro una Ka rossa scopro che lo specchietto in dotazione ha occhi marroni, profondi e grandi, con ciglia lunghe e taglio mediorientale. Da batticuore.
La Focus grigia ha occhi neri come il carbone, di una profondità devastante, piccoli laghi di pece nei quali tuffarsi per non riemergere più.
Anche la Micra nera ha i suoi: occhi azzurro cielo truccati d’azzurro, tono su tono. Due pezzi di ghiaccio caldi che sequestrano senza condizioni. La sindrome di Stoccolma è assicurata.
Poi ci sono occhi che si truccano, che si inumidiscono, che si innervosiscono, occhi che parlano, che ascoltano e occhi assonnati.
Poi c’è lo specchietto in dotazione alla mia auto: lì c’è sempre un signore di mezza età che bestemmia e si scaccola.
Devo cambiare auto.
marzo 1st, 2010 | Posted in Diario | 3 Comments